18 gennaio 2019

01. Un popolo diverso dagli altri


"E poi c'era quel silenzio prossimo al'assoluto, quell'idea tanto diversa del tempo, la continua disponibilitànei confronti dell'imprevisto, che puntualmente si verificava.
Che senso aveva programmare la propria vita in un villaggio che poteva rimanere isolato per settimane a causa di una bufera?
Erano matti loro, che rimanevano in un posto simile o noi occidentali, che pretendevamo di controllare tutto, con le nostre vite che giudicavamo intense solo perchè piene di cose, impegni ed attività?"

"In questa semplicità mi sembrava di ritrovare la vita.
Una semplicità che si manifestava a partire dal nome che questo popolo si era dato: Inuit, ovvero 'gli uomini'.
Non c'era alcun concetto di nazione o di territorio, nè una storia di conquiste alle spalle: erano semplicemente 'gli uomini', inteso come esseri umani, maschio o femmina; capaci di ridere, di piangere e di amare.
Se noi eravamo abituati a mille categorie - italiano, maschio, vecchio, giovane, ricco, povero, giornalista, operaio, fotografo, etc - loro andavano al cuore delle cose.
A chi mi faceva notare quanto le loro abitudini fossero profondamente arretrate, ricordavo sempre che in migliaia di anni di storia gli inuit non avevano mai fatto una guerra."

"Non c'era bisogno di rimepirsi la bocca con parole come 'tolleranza' o 'rispetto', che nella loro lingua non esistono nemmeno. L'apertura verso il prossimo era un atteggiamento naturale e forse dovuto, come sempre, alla loro storia: come si fa a litigare se bisogna vivere in pochi metri quadrati e fuori ci sono quaranta gradi sottozero?"

"Avvertivo una spiritualità del tutto diversa dalla nostra, un'abitudine a dare un nome a tutte le cose della naturae a parlare con gli elementi [...]
Quello che mi sembrava di inturie nella loro cultura era ocmpletamente diverso da quello che si leggeva su di loro.
Non avendo tradizione scritta, tutti i libri che li riguardavano erano opera dei bianchi, che li avevano rappresentati come rozzi, ignoranti ed analfabeti.
Eppure gli inuit non provavano rancore nei nostri confronti, non ci odiavano per il fatto di aver considerato le loro terre come una proprietà di cui disporre. Semplicemente non capivano gli stranieri e finivano con il farsi schiacciare: erano troppo miti per difendersi."

Robert Peroni

01 gennaio 2019

00. L'isola

















L'isola è in noi.
Io penso una cosa: se vuoi veramene sapere di più di te stesso, devi andare da solo.
Se uno prende in mano due sassi diversi da loro può tenerli vicini, cercare i punti in cui possono stare l'uno accanto all'altro, e quando trova la giusta posizione, zac, ha fatto.
Ma se uno vuole che siano davvero vicini vicini, deve prima studiarli, guardarne con attenzione la forma, conoscerne gli spigoli, le curve, le asperità. Quando ha osservato a lungo le configurazioni dell'uno e dell'altro, a quel punto può provare a farli combaciare nel modo migliore possibile. Quello è il momento giusto.
Vale anche per gli uomini. Prima di creare una vera unione, un uomo deve lavorare su se stesso, partire ed andare, lasciare il mondo per potervi tornare.
Da solo, pero, perchè la solitudine, quella positiva, è qualcosa che, nell'abbandono degli altri, ci permette di rientrare nel gruppo come persone migliori. 
(Robert Peroni - Dove il Vento Grida più Forte)

Queste belle parole di Robert Peroni sono il modo migliore per descrivere uno dei motivi per cui fra poco meno di due mesi mi avventurerò in un viaggio che molti definirebbero "strano" o quantomeno "anomalo".

"Ma cosa ci vai a fare in Groenlandia?" mi chiedono quasi tutti quelli a cui ne parlo.
"A prendere freddo..." rispondo io, scherzando.

In realtà a conoscere e, nel mio piccolo, a cercare di documentare (principalmente con le foto e questo blog di viaggio) un luogo ed un popolo straordinari nonché in pericolo.
Lo farò vivendo per due settimane nella Red House fondata da Robert Peroni a Tasiillaq e, se riuscirò, in altri villaggi della penisola di Ammassalik.

Era da tempo che pensavo ad un viaggio "estremo" in solitaria, magari tra i ghiacci, ma senza una meta precisa;
poi 2 anni fa sono rimasto folgorato dalla mostra "Artico, ultima frontiera" organizzata dalla Casa dei Tre Oci a Venezia e dai racconti e successivi consigli di Paolo Solari Bozzi, che non ringrazierò mai abbastanza.
Quindi ho deciso, dopo valutazioni di ogni tipo, di avventurarmi in questo viaggio che si preannuncia magico ma al tempo stesso non facile.


Per chi volesse aiutarmi economicamente per questo viaggio e ricevere in cambio la stampa di una foto, ho inserito il link al mio conto PayPal
e (per chi non avesse PayPal) questo è il mio IBAN:
IT68H0503460790000000005029



 (image courtesy of Paolo Solari Bozzi)