23 febbraio 2019

05. Tettonica delle placche

Giovedì 21 febbraio.

Dopo una notte agitata ed una colazione molto abbondante, vengo prelevato direttamente davanti all'albergo e portato all'autobus del tour guidato di oggi.

Si tratta, come dicevo, del "Golden circle": il tour che tocca tre attrazioni naturalistiche chiave per l'Islanda, nonché le più vicine da raggiungere in una singola giornata.

Ci viene fornito un piccolo tablet che funge da audioguida in 10 lingue selezionabili: sullo schermo c'è la mappa del percorso ed il gps ci dice dove siamo in ogni momento, attivando la guida interattiva in alcuni punti prestabiliti del percorso (ma attivabili anche manualmente).

La nostra guida umana, Eppa, è una vichinga con i capelli rossi, smilza ma strabordante: appena saliti ci sommerge di notizie ad aneddoti più o meno interessanti senza soluzione di continuità.
E' simpatica ma purtroppo sembra aver studiato l'inglese in India o in Pakistan, almeno in quanto a pronuncia, per cui fatico non poco a capire cosa dice.

Ci inoltriamo progressivamente nella brughiera parzialmente innevata che porta al parco nazionale di Pingavellir (pronuncia thingvettlr), cioè la "pianura del parlamento", patrimonio dell'Unesco.

Qui nel 930 fu fondato uno dei primi "parlamenti" del mondo, l'Althing, che si riuniva una volta all'anno per dirimere questioni importanti ed era un evento nazionale che attirava chiunque: persone comuni, saltimbanchi, commercianti, birrai...
Sempre qui nel 1000 d.C. si decise l'adozione del Cristianesimo come religione di stato, concedendo al tempo stesso la coesistenza della religione pagana ispirata ai miti norreni. 
Fu l'unica volta al mondo in cui il Cristianesimo divenne religione di stato senza spargimenti di sangue (in compenso ci pensarono i luterani qualche secolo dopo).
(chissà cosa avranno pensato...)
Questo è anche il luogo dove è nato e poi vissuto il più grande scrittore Islandese di tutti i tempi, l'unico mai insignito di un premio Nobel: Halldòr Laxness, autore di Salka Valka, Gente Indipendente e La Campana d'Islanda.

La piana di Pingavellir è percorsa dalla faglia continentale che divide le placca tettonica nordamericana da quella europea, le quali si allontanano di 2cm all'anno l'una dall'altra; la faglia è stata riempita in molti punti dalle acque del ghiacciaio Langjokull, fino ad alimentare il lago Pingvallavatn, il più grande d'Islanda.

Ci fermiamo per la prima volta poco dopo il lago per una passeggiatina sulla faglia, giusti giusti per beccare in pieno viso una fresca brezza condita con acqua e ghiaccio.




Tre quarti d'ora più tardi ripartiamo pimpanti alla volta del signor Strokkur, il geyser più grande attualmente in attività in Islanda.

I geyser prendono il loro nome da Geysir, il loro esponente più grande ma attualmente dormiente (ma può risvegliarsi in seguito ad attività vulcanica o ad un terremoto).

(in partenza...)
Visto, fotografato e filmato Strokkur, vado a mangiare un boccone e venti minuti dopo siamo di nuovo sull'autobus, lambiti dalle parole della pakistana... ehm... della nostra guida islandese.

La prossima meta è Gullfoss, la cascata d'oro.

All'inizio del XX secolo la cascata venne venduta dal proprietario del terreno che ne è solcato ad una società inglese, intenzionata a costruire una centrale idroelettrica.
Ma la figlia, Sigridur, era fermamente contraria e fece di tutto pur di bloccare la costruzione della diga e della centrale idroelettrica, al punto di andare fino a Reykjavik a piedi per protesta ed infine minacciare di buttarsi nella cascata.

Alla fine la società rinunciò (anche perché sembra che l'anticipo dovuto fu pagato in ritardo rispetto ai termini pattuiti) e così Sigridur è ancora oggi ricordata come la prima ambientalista Islandese.


(onestamente non aveva tutti i torti, Sigridur)

Terminato il giretto panoramico di Gullfoss risaliamo in autobus e torniamo verso la città.
Con un tragitto leggermente diverso rispetto all'andata, passiamo per una cittadina sita in una zona altamente sismica, una stazione geotermica ed un altopiano di campi di lava (ora innevato, ovviamente).

Restituisco il tablet, saluto la rossa e torno in albergo per un'altra cena con Gabriela e Reneé, sognando di riuscire a partire per Kulusuk domani.




21 febbraio 2019

04. Cambio di programma

Ieri sera ho puntato la sveglia non troppo presto ma comunque ad un'ora che mi consenta di fare colazione con comodo ed andare all'aeroporto all'orario stabilito.

Invece, complice l'orario all'inglese (un'ora indietro rispetto all'Italia), l'abitudine e probabilmente l'apprensione per le notizie di ieri, mi sveglio ben prima.

Fuori dalla finestra è ancora notte fonda e quindi decido di fare una passeggiatina mattutina e fare qualche foto sul lungomare, sperando di vedere un'alba decente.

Una volta fuori, scopro che invece il tempo è effettivamente molto coperto e ventoso, quindi ciao ciao alba.

Vado comunque avanti sul lungomare del lato nord della città, fino ad una spiaggia di sassi neri (qui terra e rocce sono laviche), faccio qualche foto e torno a fare colazione.


Richiuse le "valigie" e fatto il check-out, prendo un taxi e raggiungo il Reykjavik Domestic Airport.

Il primo aeroporto di Reykjavik in ordine temporale serve i voli interni e quelli diretti alla Groenlandia; sorge sull'aeroporto militare costruito dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale (serviva a portare in Europa i bombardieri comprati in Canada ed USA).
E' minuscolo come una stazione di autobus ma accogliente e compassato.


Entro e guardo subito il tabellone: è scritto in islandese ma si capisce che alcuni voli sono rinviati mentre il mio è "aflyst".

Cioè "annullato"...

Le signorine al desk ci spiegano che a Kulusuk nevica e fino a venerdì sicuramente non si può volare.
Venerdì mattina faranno il prossimo controllo e se è tutto ok si parte.
Così, visto che i prossimi due giorni li dovremo passare qui in Islanda, veniamo assegnati all'hotel Natura a spese della compagnia aerea.

Ho scritto al plurale perché all'aeroporto ho incontrato due compagni di ventura/sventura tedeschi: attendono anche loro di raggiungere la Red House a Tasiilaq, proprio come me.
Non sono l'unico matto, chi l'avrebbe mai detto!

Accomunati dalla stessa sorte, decidiamo di dividere le spese del taxi ed andare in albergo per sistemarci e poi vedere come passare il prossimo giorno e mezzo.

All'arrivo in hotel ci accolgono due belle scoperte: il taxi è pagato dalla compagnia aerea e abbiamo anche colazioni e cene incluse!
Quindi prenotiamo già un tavolo per cenare assieme alle 20 e raggiungiamo le camere.

Dalla camera prenoto subito un tour per domani: il "Golden Circle" è il tour "minimo sindacale" delle attrazioni naturalistiche principali raggiungibili e visitabili in una giornata e dal costo abbordabile.

Oggi pomeriggio invece decido di visitare un minimo la città e lo faccio salendo a piedi la collina qui vicino, dominata dal Perlan.

Il Perlan è una specie di museo di storia naturale dell'Islanda, principalmente rivolto alle scolaresche, la cui visita in realtà è trascurabile ma che gode di una vista unica sulla città.
La struttura è un grande "dome" di vetro ed acciaio sopra a 6 cisterne di acqua che servono la città.

Dopo un pranzo con vista, torno in hotel a comprare due biglietti per l'autobus che mi porta in centro.

La città di Reykjavik è molto piccola ma non molto agevole da girare a piedi, almeno in inverno, essendo comunque "rarefatta".
Il centro comunque è molto carino, con le sue casette colorate rivestite di pannelli ondulati e qualche palazzo più "storico" in stile ovviamente nordico.



Nel punto più alto del centro sorge Hallgrimskirkja, la cattedrale (luterana, che è la religione di stato in Islanda) in stile "basaltico" islandese: potrebbe tranquillamente essere una cattedrale elfica uscita da un romanzo di Tolkien.



Faccio qualche foto alla facciata e vado a prendere l'autobus per tornare in albergo passando per Laugavegur (la via principale con negoziati e locali).

Torno giusto in tempo per la cena e qui scopro che i miei nuovi compagni di viaggio sono già stati a Tasiilaq in estate, quindi li tempesto di domande a cui loro sembrano ben contenti di rispondere, anche se li vedo stupiti nel sapere che conosco le storie di alcune persone del luogo.
Del resto i libri di Robert Peroni io li ho letti...

Così fra una buona birra e diverse battute su cosa fare davanti ad un orso polare, passiamo una bella serata e ci lasciamo con l'appuntamento a domani sera.





20 febbraio 2019

03. Si parte!

Today is the day!

Due baci fugaci nel buio, si caricano il borsone e lo zaino e si parte per l'aeroporto.
Sono le 4.56: è ancora molto buio ma la nebbia si vede benissimo...
Comunque, nonostante la bassa visibilità, arriviamo al Marco Polo in perfetto orario: sono assonnato ma carico!


Il volo delle 7.20 per Francoforte parte leggermente in ritardo ma fila liscio come l'olio.


il ritardo però fa sì che l'attesa del volo per Reykjavik sia abbastanza breve, quindi niente bratwurst delle 10...

L'aereo per Reykjavik parte con 40 minuti di ritardo per un motivo che è stato spiegato solo in tedesco per cui facciamo che ci fidiamo.
Dopo 3 ore e mezza siamo sui cieli islandesi e si "balla" un sacco. 
Probabilmente devo aver preso la cosa con troppo poca nonchalance perché, quando atterriamo e sbuffo per lo scampato pericolo, la coppia seduta nella fila al mio fianco mi guarda e sorride comprensiva...

Recuperato il borsone, accedo al wireless dell'aeroporto giusto in tempo per avere possibili cattive notizie: una mail dalla Groenlandia mi avvisa che là sta nevicando e molto probabilmente domani non si parte.

Pazienza: intanto raggiungo la città e domani vedremo se effettivamente dovrò stare un paio di giorni in più qui in Islanda.

Il viaggio in autobus dall'aeroporto alla città è subito molto suggestivo: c'è un'unica strada che si snoda lungo un paesaggio lunare: distese di terra e rocce nere parzialmente coperte di muschio e neve, contornate da colline e montagne innevate all'orizzonte.

                                
Dopo due cambi autobus raggiungo il centro città ed il 100 Iceland Hotel: piccolino, spartano, ma pulito.

Giusto il tempo per prendere possesso della stanza che già sono in strada ad aspettare un altro autobus, destinazione Blue Lagoon.

Il Blue Lagoon è una stazione termale a cielo aperto: un'enorme "vasca" ricavata nelle rocce laviche, rivestita di fanghi silicati ed alimentata da acqua geotermale naturale, la quale prende la sua temperatura di 40gradi da una faglia lavica profonda 1900 metri.
La stazione è frequentatissima: io ho prenotato circa un mese fa...


Percorso il viale di accesso tra le rocce laviche, si arriva ad una struttura ultra moderna di cemento, vetro e legno. All'entrata sono gentilissimi e mi forniscono un asciugamano ed un braccialetto elettronico waterproof con il quale si fa tutto: dall'apertura e chiusura degli armadietti, alle consumazioni (di cui una è inclusa).
Salgo nell'area spogliatoi e docce e quindi scendo all'accesso vero e proprio, dove vedo appesi decine e decine di accappatoi ed asciugamani... ma non dovrò mica uscire in costume con questo freddo, no?

Invece si.

In realtà, per i meno nordici,  c'è uno scivolo che consente di uscire all'aperto già da dentro l'acqua.


(queste foto sono di scarsa qualità ma in accappatoio a 0 gradi e con il vento a 20/30 nodi,
diciamo che Ansel Adams può accompagnare solo...)

Un posto semplicemente meraviglioso. Peccato sia così fuori mano...

Dopo oltre due ore inizio a sentirmi un po' "lesso" e quindi vado a fare la doccia e torno in città per il meritato riposo.

05 febbraio 2019

02. Il materasso


Qualunque viaggiatore assennato preferirebbe intraprendere un viaggio in un luogo freddo, come in qualsiasi altro luogo non convenzionale, come la Groenlandia con un minimo di preparazione.
Uno come me, che non ha mai affrontato un'esperienza  - ed un freddo - di questa tipo, ma a cui piace l'organizzazione (in particolare dei viaggi), non poteva far altro che raccogliere i consigli di chi ci è già stato e tentare di documentarsi, leggendo i libri scritti da Robert Peroni, che in Groenlandia ci vive da una trentina di anni.
Come ho scritto, la definizione di questo viaggio è partita, nella mia testa, un pomeriggio di circa 2 anni fa a Venezia, conoscendo di persona uno degli autori della mostra fotografica che stavo ammirando: Paolo Solari Bozzi
Ho avuto la fortuna di risultargli simpatico al punto da ricevere in dono il suo libro e i più preziosi consigli su come affrontare questo viaggio.
Penso che Paolo abbia capito fin da subito che le mie molte domande nascondevano in realtà la nascente intenzioni di seguire le sue orme, un giorno.

Innanzitutto andava definita la destinazione.
La Groenlandia è l'isola più vasta del pianeta Terra, coperta in gran parte dai ghiacci, con una popolazione di circa 55000 persone, che vivono in villaggi situati lungo le coste.
Il clima è prevalentemente polare con zone più miti (la costa occidentale e meridionale) e zone più fredde battute dai venti (la costa orientale e la parte settentrionale).
La costa occidentale è la più frequentata e caratterizzata prevalentemente da un turismo "mordi e fuggi": uno stile di viaggio che non mi è mai interessato intraprendere.
Nella costa orientale, invece, c'è un minor afflusso turistico ma, sopratutto, c'è Tasiilaq: il villaggio in cui si è stabilito Robert Peroni che con il suo Hotel The Red House ospita i turisti che vogliono visitare la Groenlandia in modo più consapevole.
Su consiglio di Paolo, quindi, ho comprato  e "divorato" i tre libri scritti da Robert.
Infine, lo scorso settembre, compiuti i 40 anni, ho deciso definitivamente di andare, contattando Robert e mettendo in moto la "macchina": dal 20 febbraio al 6 marzo sarò finalmente in Groenlandia!

Ovviamente in un luogo freddo ci si deve vestire adeguatamente: ho in previsione di fare diverse escursioni e fotografie quindi starò all'aria aperta per diverse ore della giornata.
La cosa migliore è vestirsi a strati e con materiali caldi, esternamente impermeabili ma traspiranti.
Sono partito dagli scarponi, prendendo due "zatteroni" Sorel in Caribou, impermeabili e con seconda parte interna: praticamente potrebbero andare bene per un astronauta!
Quindi sono passato all'intimo con copertura totale (calzamaglie e maglie a maniche lunghe in tessuto tecnico e lana merino), alle maglie più e meno pesanti, ai pantaloni da sci ed infine è arrivato il momento di prendere una giacca adeguata.
Da qui nasce il titolo: quando ho chiesto a Paolo che tipo di giacca prendere lui mi ha risposto perentorio: "ma quale giacca? Ti serve un materasso!"
Ho optato quindi per un piumino Montura (un bel "materasso") che all'occorrenza posso inserire dentro una giacca wind-stopper della North Face.
Per proteggere il viso ho preso una "maschera" in tessuto tecnico che lascia scoperti solo gli occhi.
E per questi ultimi ho preso un paio di occhialoni da sci con le aperture anti-appannaggio ed il vetro anteriore staccabile all'occorrenza (oltre che lo spazio interno per gli occhiali da vista).
Le mani ovviamente non vanno lasciate scoperte, ma non potrò avere sempre i guanti grossi se voglio scattare foto.
Quindi avrò due paia di guanti, uno sopra l'altro: un paio relativamente sottile ma di un materiale tecnico particolare,  ed un altro paio più grossi da portare quando non devo scattare o preparare l'attrezzatura fotografica.
Tutto questo andrà inserito in un borsone che prenderò a breve (probabilmente sarà l'ultima cosa che comprerò prima di partire, per motivi contingenti).
Un borsone impermeabile e non una valigia rigida (che già avrei) per agevolarne il trasporto su mezzi non convenzionali...

In secondo luogo andava preparata l'attrezzatura fotografica.
In gran parte disponevo già di un discreto corredo costruito nel tempo e con la pazienza di saper trovare le giuste occasioni, negli ultimi mesi l'ho semplicemente integrato con qualche aggiunta mirata.
Per questo viaggio, sempre su consiglio di Paolo, mi sono dotato di uno zaino fotografico professionale più grande ma sopratutto impermeabile.
Il problema sarà fare la giusta cernita di cosa farci stare all'interno per avere la giusta attrezzatura ma un peso non eccessivo.

Di tutta questa attrezzatura e vestiario ho recentemente voluto fare un test in condizioni climatiche simili, per non dover scoprire la mancanza o l'inadeguatezza di qualcosa direttamente in Groenlandia.
Un test che mi è servito per pensare a qualche aggiustamento nel vestiario e ad una ancor maggiore attenzione nel comporre lo zaino.

Nel frattempo mancano due settimane al viaggio...